TUTTI PAZZI PER L'OPEN INNOVATION

Per creare più valore e competere meglio sul mercato, non possono basarsi soltanto su idee e risorse interne

Carmela Casella

Ma cosa significa esattamente?

L’open innovation (“innovazione aperta”) è un modello di innovazione secondo il quale le imprese, per creare più valore e competere meglio sul mercato, non possono basarsi soltanto su idee e risorse interne ma hanno il dovere di ricorrere anche a strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti.

Non attingere a questi nuovi saperi collaborando con altre aziende, magari più avanzate dal punto di vista digitale, può rivelarsi uno svantaggio significativo: chi non lo fa rischia di ritrovarsi non al passo con i tempi. E di perdere un sacco di denaro, visto che secondo un’indagine condotta da Accenture stimolare la collaborazione tra aziende e startup (o altri soggetti innovatori) può generare in tutto il mondo una potenziale crescita di circa 1,5 trilioni di dollari, pari al 2,2% del Pil globale, e solo in Italia può valere un incremento di 35 miliardi di euro (l’1,9% in più del Pil).

 

La formula dell’open innovation prevede che un’azienda possa accedere alle innovazioni “in vendita” sul mercato integrandole con il proprio modello di business. E un processo del genere consente anche un più rapido time to market, ovvero un tempo minore per passare dalla fase di ideazione del prodotto o servizio o alla sua immissione sul mercato: di alcune di queste fasi, come per esempio la prototipazione di alcuni manufatti, possono occuparsi in taluni casi anche realtà esterne come le startup. Secondo questo schema, la competizione quindi non la vince chi produce al proprio interno le migliori innovazioni ma chi riesce a creare prodotti e servizi innovativi modulando al meglio ciò che viene da dentro e ciò che viene da fuori.

Le modalità concrete attraverso le quali si realizza l’open innovation possono essere molteplici

Solo per menzionarne alcune: gli accordi inter-aziendali, per cui un’impresa delega a un’altra, di solito più piccola, la creazione di determinate innovazioni o la produzione di specifici manufatti; il sovvenzionamento di competizioni per startup, con l’impegno di investire – direttamente o indirettamente – in quelle che hanno sviluppato le innovazioni più promettenti; gli hackathon ovvero le gare di programmazione per cui le aziende chiedono a developer e innovatori di inventare soluzioni digitali innovative in 24 ore in un determinato settore; l’acquisizione, da parte di grandi corporation, di startup innovative al fine di integrare nel proprio organico dei talenti digitali e di rilevare alcune delle principali innovazioni realizzate da questi ultimi; la creazione di acceleratori di startup gestiti direttamente o indirettamente da grandi aziende; la condivisione e la circolazione di idee innovative, anche secondo la filosofia open source, attraverso eventi di networking e conferenze; la partnership con università, centri di ricerca e incubatori per innovare su specifici temi. 

L’interesse per l’open innovation sia forte lo dimostrano le politiche messe in atto da molte delle più grandi aziende del mondo. La prima regola dell’innovazione per Google è, per esempio, “Innovation comes from anywhere”, l’innovazione può venire da qualunque parte. E in base a questo principio, incoraggia gli scambi con altre startup, alcune delle quali sono acquisite direttamente o finanziate attraverso Google Ventures. Samsung, per menzionare un altro big player, ha aperto diversi open innovation center, tra cui uno proprio in Silicon Valley, nel cuore dell’innovazione mondiale.

 

Anche in Italia, l’attenzione per l’open innovation sta crescendo. E alle dichiarazioni di principio fanno seguito anche i fatti. Per esempio, Novartis Pharma, che attraverso il suo capo Europa Guido Guidi ha affermato che “l’innovazione che si basa solo sull’interno non è più sufficiente” ha lanciato una competition per startup come BioUpper ed è dotata di un proprio fondo di venture capital che investe su nuove imprese nel campo delle scienze della vita. 

Il responsabile dell’innovazione di Enel, Ernesto Ciorra, ha sottolineato proprio in un’intervista a EconomyUp quanto sia più importante fare innovazione aperta che dire di farla. E nel caso del colosso italiano dell’energia, una delle modalità di open innovation è stata la partecipazione al superacceleratore iNCENSE, supportato anche dall’Ue nell’ambito del programma Fiware, per sostenere progetti open source legati alle energie pulite. 

Ancora, Digital Magics, l’incubatore di startup digitali creato da Enrico Gasperini, nel 2015 ha chiamato nel proprio team Marco Gay, presidente di Confindustria Giovani, per occuparsi del rapporto con le aziende e sviluppare progetti di innovazione aperta.

Il cambiamento è in corso ed è una tendenza con numeri interessanti anche nel nostro Paese.

In Italia si sta facendo avanti EIskill, startup del settore HR Tech che ha sviluppato un software che innalza la qualità del pre-screening. L’unione di metriche psicologiche e algoritmi AI, realizza video test situazionali e personalizzati, centrati per il ruolo.

Il  software si basa su modelli matematici composti da neuroni artificiali che si ispirano al funzionamento biologico del cervello umano.

Tramite una rete neurale profonda ( deep neural network ) ogni nodo sa come prendere un set di valori come input, applicare dei pesi ad essi, e calcolare un valore di output.

Con il supporto della tecnologia, EIskill innova  il processo di pre-screening fornendo alle aziende short liste di candidati, report quali/quantitativi e una nuova esperienza di colloquio al candidato.

 

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